Il ciuchino della torre di Chiusdino

Un racconto, quasi una fiaba. Dolcissimi i protagonisti, una bimba e un ciuchino che il Fato lega indissolubilmente proprio nel giorno della nascita… buona lettura!

cover racconti toscani 2017

Historica Edizioni

Francesca Montomoli

di Francesca Montomoli

Il ciuchino della torre di Chiusdino (da Racconti Toscani  – vol.2 – 2017 – Historica Ed.)

Prima di avviarsi incontro al giorno Fato indossò l’aspetto che preferiva e attese. Attese a lungo.

Il giovane che si appoggiò alla balaustra avrebbe affascinato Oscar Wilde, Adriano e perfino il Grande Alessandro, tanta era la potenza ammaliatrice che emanava da quel corpo perfetto, quasi efebico, compiaciuto della propria elegante leggerezza, esile e flessuoso come un fuscello accarezzato dalla brezza del mattino. I grandi occhi grigi, tutt’altro che ignari, brillavano d’una luce irriverente e scaltra nel pallore diafano dei bei lineamenti percorsi, a tratti, da un languore annoiato. Era così che si amava, perfetto ossimoro d’indifferenza e azione. Dietro le sue spalle un capannello di dei, dimenticati dal mondo e dagli uomini, offriva il peggio di sé accapigliandosi come un inutile stormo di oche starnazzanti, davanti al suo sguardo fluttuava maestosa l’infinita distesa di polvere cosmica plasmata dal Chaos e in basso, molto più in basso, proprio sotto la balaustra, brillava il puntino azzurro del cielo terrestre, popolato di poetiche illusioni, aberrante ferocia e deliranti utopie. Cieco lo volevano e cieco sarebbe stato per loro mentre li scrutava attento, come un gatto sornione e insolente.

Prese a giocare coi ricci che gli scendevano sul collo e sulle spalle, assorto. In un angolo distratto della mente lo raggiunse l’immagine delle Moire intente nel loro lavoro: Lachesi stava tendendo la mano verso il capo di un filo che ancora stentava a prendere forma fra le abili dita di Cloto. Una nuova vita si apprestava a vedere la luce e forse… Forse, lui avrebbe potuto giocarci un po’, niente di che, appena appena, gli umani probabilmente non se ne sarebbero nemmeno accorti. Si trattenne ancora un istante, poi, voltò le spalle e si allontanò salutando il cielo con un gesto indolente. Un lungo capello biondo si intrecciò al filo invisibile delle Moire mentre cadeva volteggiando verso un piccolo punto laggiù, fra le nubi e gli ulivi.

***

Quel giorno, nella Torre di Chiusdino c’era un gran trambusto. Uomini e donne, grandi e piccini, si aggiravano fra le antiche mura con trepidazione. Sembrava proprio che il destino si fosse divertito ad accavallare gli eventi e, fra bestie e cristiani, fra chi scendeva e chi saliva, fra chi chiamava e chi ragliava, non si trovava un attimo di tregua. La casa di Oreste sorgeva sul limite esterno del paese, da secoli saldamente arroccato sullo sprone roccioso d’una collina verde di boschi e coltivazioni. Parte integrante di ciò che restava della vecchia cinta muraria, del fortilizio medievale, cui doveva lo stentoreo nome di torre, conservava ben più della splendida visuale: nel corso dei secoli i cinque piani che ne componevano la struttura avevano più volte mutato destinazione senza mai essere frazionati e la famiglia di Oreste, seppur di condizioni modeste come tanta parte della popolazione di allora, poteva disporre di spazio in abbondanza, un po’ insolito, forse, ma funzionale alla vita di tutti. A monte, vale a dire dalla strada interna al paese, si entrava in quello che di fatto era il terzo piano, occupato dalla cucina (zona giorno open space, direbbero gli odierni architetti) dominata da un immenso focarile che al suo interno accoglieva le veglie invernali, fatte di novelle, risate e fette di pane o polenta messe ad abbrustolire sulla graticola. Al piano superiore si trovano le camere e più sopra ancora, proprio sotto i tegoli, c’era una sorta di enorme ripostiglio quasi inutilizzato. Scendendo, invece, si accedeva a un locale più rustico, adibito allo stoccaggio di frutta, ortaggi e ogni sorta di conserve prodotte dalle instancabili mani delle donne di casa. L’ampia stanza irregolare, in gran parte incuneata nella parete rocciosa, godeva di una temperatura quasi costante; perennemente pervasa dei profumi di stagione era un ambiente di passaggio che, scendendo ancora, conduceva al piano terreno aperto sulla strada a valle, fuori dalle mura.  Qui trovavano ricovero gli animali, tenuti con cura perché parte integrante della vita e dell’economia familiare, ma trattati col dovuto distacco perché il ruolo delle bestie era ben distinto e le difficoltà del quotidiano scoraggiavano moine e smancerie anche fra le persone.

Le ferite della guerra, da poco conclusa, stentavano a rimarginare. Potevi scorgerle ovunque, sulla terra come nel mare, nell’animo degli uomini come nelle loro tasche e il tempo del gioco finiva in fretta per tutti. Anche per questo gli animali non avevano un nome, il gallo era semplicemente un pollo, i conigli una riserva di carne e l’asina un valido aiuto per trasportare legna o sacchi di patate. Era soltanto un’asina, o meglio, la ciuca, come si dice in Maremma. Ma fu proprio la ciuca, una bestiola dallo sguardo dolce e mansueto, a portare scompiglio in quel pomeriggio assolato decidendo di sgravare proprio mentre alla padrona si rompevano le acque nel bel mezzo della cucina. E mentre Oreste si affannava sbuffando su e giù per le scale fra la stalla e il quarto piano, diviso fra le doglie della moglie e quelle della somara, con la levatrice che non si decideva a giungere in soccorso e il resto dei figli in preda a una sorta di chiassosa eccitazione collettiva, il mutevole Fato contemplava il quadretto ridacchiando, compiaciuto di se stesso e dell’insolito gingillarsi delle Moire che ancora non avevano agganciato il filo al fuso accrescendo l’attesa e il trambusto della famigliola. Un guizzo dorato s’intrufolò dalla finestrella posandosi sulle lenzuola di cotone grosso, stropicciate e madide del sudore della partoriente. A un occhio attento sarebbe parso davvero strano viste le teste che si affollavano in quella casa che declinavano tutte le sfumature dal castano al nero corvino ma niente che potesse assomigliare al biondo scintillate del lungo capello che si andava attorcigliando attorno al mignolo della Berenice, moglie ormai esausta del disperato Oreste. E quel dettaglio, bizzarro anzichenò, non sarebbe certo sfuggito all’attenzione e alla linguaccia di donna Clotilde, levatrice d’indiscussa esperienza e bravura ma dedita, nel tempo libero, a quel diffuso passatempo nazionalpopolare noto col nome di pettegolezzo, se la Berenice al suo arrivo non avesse mandato in aria lenzuola e pezzette prorompendo in un urlo liberatorio e, invero, piuttosto agghiacciante. Alla vista della testolina nera che si faceva strada verso la vita, conscia dell’imperdonabile ritardo con cui giungeva, a donna Clotilde non restò tempo per badare ai dettagli così nessuno si accorse del ricciolo che, sbalzato in aria con tanta foga, riprendeva la via della finestra planando verso la strada fuori le mura.

L’urlo di Berenice fece il paio col raglio straziante della ciuca e i piccioni che ciondolavano sullo stipite della porta della stalla spiccarono il volo in un turbinio di penne scaraventando di fatto il capello biondo del Fato dritto dritto sulla paglia dove stava scivolando un fagotto molle e tutto gambe.

Lachesi ridacchiò avviando il frullo del fuso, le capitava di rado di intrecciare così strettamente i destini di un umano e di un animale, ma ogni volta ne erano nate storie belle, alcune addirittura commoventi e anche questa, ne era certa, avrebbe avuto un suo perché.

Nella Torre di Chiusdino, intanto, Oreste seguitava a dividersi fra la stalla e il quarto piano ma il respiro del giorno andava placandosi e le preoccupazioni ben presto si sciolsero nel pensiero quasi divertito di un evento già destinato a diventare un simpatico aneddoto di famiglia. La sera lo trovò disteso vicino alla moglie, con gli occhi umidi di tenerezza e orgoglio nel contemplare il corpicino roseo e paffuto dell’ultima nata, Carlotta, beatamente addormentata fra le braccia della madre. L’uomo, stanco, chiuse gli occhi. Un ultimo sbuffo violetto si spense oltre i vetri, dietro le colline, lasciando la notte al concerto dei grilli e al riposo.

Più giù, altri occhi si chiudevano, assecondati dal respiro sonoro e dal lento raspare di una lingua calda e amorevole. Il ciuchino affidava al sonno l’emozione confusa di quel primo giorno al mondo mentre un lungo capello dorato veniva lambito via dalla stella che spiccava candida in mezzo alla sua fronte ossuta.

Tutto qui? vi chiederete. Non proprio. Nei giorni che seguirono il pianto di Carlotta cambiò tono e registro, facendosi dapprima insistente, poi accorato e infine disperato e incessante. Alla povera Berenice, mortificata e affranta, non restò che fare i conti con una realtà spiacevole e scomoda, forse, ma tutt’altro che infrequente: il suo latte, quel latte che le aveva sempre gonfiato i seni e col quale aveva nutrito e ingrassato una piccola tribù, questa volta stentava a montare lasciando la piccola affamata e urlante.  E, per quelle dinamiche di paese che non starò ad approfondire, le seccava fuor di misura chiedere alla levatrice di aiutarla a trovare un’altra donna che ne avesse in abbondanza, tanto da poter supplire a quella che viveva come una sua mancanza personale, quasi un venir meno ai suoi doveri di madre. Oreste, che da tempo aveva rinunciato ad addentrarsi nei complicati meandri della logica femminile, non tentò nemmeno di ribattere limitandosi a una blanda annotazione a margine della quale però, in cuor suo, si compiaceva come di un arguto colpo di genio: “Bè, c’è sempre il latte della ciuca”. Fu così che Carlotta, sotto lo sguardo divertito di Moire e Fato, acquistò un fratello di latte piuttosto originale, un piccolo somaro con le gambe lunghe e il manto scuro. Se fosse a causa del latte o del capello intrecciato nel filo del destino, non saprei dire, ma i due “cuccioli” crebbero in totale sintonia, così affezionati l’uno all’altra che la piccola Carlotta pretese addirittura di trasgredire le regole non scritte della consuetudine e dargli un nome: Stellino, per via di quella piccola losanga in fronte che tanto l’affascinava. Va da sé che nessun documento ne ratificò il battesimo e Stellino fu Stellino solo per lei mentre per il resto della famiglia e del paese gli inquilini della stalla rimasero semplicemente la ciuca e il ciuchino. Passò il tempo e, per quanto in alcuni casi si possano nutrire forti dubbi, la crescita di umani e somari non va di pari passo, si sa. Carlotta era ancora una bimbetta alta poche spanne quando Stellino venne caricato del suo primo basto e avviato al lavoro, tuttavia l’intesa fra i due non venne meno. Il fazzoletto di terra che la famiglia coltivava a orto e frutti era fertile ma lontano dal paese. Una lingua di terra pittoresca, come ogni scorcio fra quelle colline, raggiunta percorrendo un sentiero aspro e pietroso che si inoltrava nella macchia avvolto in ripidi saliscendi. Berenice lo affrontava di buon passo conducendo l’asino per la cavezza e dividendo la sua attenzione fra il percorso sconnesso e la piccola Carlotta che, sprofondata dentro una delle capienti ceste appese al dorso della bestiola, si godeva la passeggiata. Al ritorno il profumo delle verdure appena colte si mischiava ai sentori muschiati del sottobosco e a quello acre e familiare del sudore dell’asino, alla bimba pareva il profumo più buono del mondo. Quel rito cadenzato e sempre uguale era la gioia semplice della sua infanzia serena, in groppa al suo amico ciuchino, solido e rassicurante. Finché un giorno…

Era estate inoltrata, verso la fine di un Agosto torrido e asciutto come un deserto africano, Berenice s’era attardata fra i solchi più del dovuto a causa di quell’arsura che rendeva tutto difficile e aveva fretta di tornare a casa dove l’attendeva ancora molto lavoro. Presa forse dal pensiero del marito stanco e affamato che di quel passo sarebbe rientrato prima di lei, forzò l’andatura del somaro trascurando la consueta sosta per l’abbeverata. Carlotta, come al solito, ciondolava dentro la cesta, quasi assopita. Era caldo, era molto caldo. Stellino seguiva docile i comandi della padrona, ma la salita s’era fatta più dura, la sete prepotente e l’odore dell’acqua si allontanava. Resistette ancora un poco, dilatando le froge frementi, combattuto fra la leale obbedienza e il bisogno di bere, poi cedette. Con uno strattone deciso sfuggì alla presa di Berenice, si voltò e prese al galoppo giù per la collina sollevando una nuvola di polvere e sassi inseguito dai richiami allarmati della donna e dalle urla terrorizzate della bimbetta che a ogni sgroppata rischiava di sbalzare via.

Acqua. Acqua. La fonte è ancora lontana ma i singhiozzi disperati di Carlotta sono un richiamo più potente della sete. Lei è ancora così piccola e spaventata, lei che lo accarezza da sempre e gli parla con dolcezza anche adesso che lui non è più piccolo, anche adesso che nessuno dei due ha più addosso l’odore dolce del latte della mamma. L’acqua è laggiù e ancora non può placare la sua sete, ma lui può già placare il pianto della sua sorellina rallentando il passo e il respiro. Piano. Piano. Ascolta. Carlotta tira su col naso.

Berenice lo vide fermarsi all’improvviso, così com’era fuggito, e tirò un sospiro di sollievo: finalmente s’era deciso a obbedirle. Il ciuchino scosse la testa, piano, e piano riprese il cammino. Affondò il muso nell’acqua e bevve a lungo mentre la donna recuperava la cavezza e Carlotta si abbandonava a un timido sorriso.

***

Affacciato alla balaustra Fato ascoltava divertito la voce di una donna dai capelli imbiancati. Laggiù, sotto un cielo azzurro in mezzo agli ulivi, davanti a una piccola assemblea, raccontava con garbo la storia del ciuchino della Torre di Chiusdino. Atropo arricciò il naso giocando con un raggio di luce riflesso dalle sue cesoie: uno dei due fili era già stato reciso da tempo. Anni.

Fato le rispose con una smorfia maliziosa, indicando col mento il lunghissimo filo ancora da avvolgere “Falla finita, vecchia strega! Quella storia è così semplice e tenera che merita d’essere raccontata mille volte ancora e ancora”

Lachesi ravvivò il moto del fuso e ammiccò divertita “Chi ha detto che noi Moire siamo gelide e fredde megere?”

Cloto fece spallucce “Quel pettegolo acido ammuffito di Ade, chi altri sennò!”