Per la benedizione di Sant’Antonio Abate 2019

Antica tradizione che anche quest’anno abbiamo voluto onorare per i nostri Aquilino e Nerino. Abbiamo partecipato alla benedizione impartita dal Duomo di Massa Marittima (GR).

Da parte nostra abbiamo voluto richiamare alla memoria l’antico mestiere dei carbonai  con la bardatura degli asini e i vestiti indossati da noi.

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Foto di archivio

Tratto da “I Quaderni del Circolo”, pubblicazione del Circolo Culturale “Emilio Agostini” Sassetta.
La vita dei vecchi Carbonai: (…) I vecchi carbonai, (…) vivevano nella macchia insieme a tutta la famiglia, dentro capanne costruite con scheletri di legno prelevato sul posto, e coperte di zolle di terra chiamate iove o ghiove o pellicce. (…) il mestiere del carbonaio richiedeva moltissimo impegno, grande specializzazione e molta intelligenza.
Dentro le capanne i carbonai costruivano, sempre servendosi del legname del bosco, dei poveri giacigli. (…) mettevano dei duri legni chiamati bacchi e i letti così rozzamente costruiti venivano chiamati rapazzòle sulle quali riposavano le loro stanche membra sia loro che tutti gli altri membri della famiglia, compresi i bambini.
(…) Spesso vicino alla capanna veniva costruito anche un pollaio di sassi e zolle e il forno per il pane. La capanna, quando era possibile, veniva costruita vicino a una polla d’acqua. (…) I bambini frequentavano, se c’era, la scuola più vicina, ma spesso erano costretti a percorrere a piedi molti chilometri in mezzo alla macchia e su strade accidentate.

Il meo, figura particolare:  veniva chiamato così il garzone del carbonaio, un povero cristo, spesso giovanissimo, (…) un povero ragazzo sfortunato che, per buscarsi un tozzo di pane o più spesso una fetta di polenta per far tacere i morsi della fame, si adattava a fare i lavori più umili al servizio del carbonaio. (…) I compiti del meo erano molteplici e il lavoro, che durava tutto il giorno, si protraeva spesso anche fino alle ore notturne.
Il meo doveva provvedere ad attingere l’acqua per tenere sempre piena la barletta (specie di piccola botte, portata dai somari e dai muli); a fare il fuoco; a far la polenta; a preparare il fittone; a preparare l’infochina; a controllare continuamente, insieme al carbonaio, le carbonaie a fuoco; (…) Ecco come un ex-meo ricorda, in una sua ingenua e commovente poesia, i pranzi consumati alla capanna:

Costretto a risparmiare la farina, restavo quasi sempre con la fame. Carne se ne mangiò tanto pochina, ad onta dello spiedo e del tegame. Il pane lo magiai, pria di Natale,
e due più volte: a Pasqua e Carnevale. La polenta volea con poco sale, un baccalà ci fece una stagione. La parte del formaggio era tal quale come di cacio far la Comunione. 

Ringraziamo tutti coloro che ci hanno accolto con entusiasmo come sempre e la ProLoco di Massa Marittima che ci ha invitato.

Album fotografico, foto di G. Dellavalle e L. Montomoli